La Grecia, il petrolio e Alba Dorata

Una sottile linea rossa collega due eventi dell’attualità politica odierna: Siria e Grecia. Una serie di curiose coincidenze sembra avvicinare l’evento della guerra civile che da mesi ormai si consuma a Damasco e la deriva autoritaria che si prepara ad investire Atene.

Per mettere in luce alcuni passaggi rimasti ad oggi in ombra bisogna tornare al 2010, quando una scoperta eccezionale sfiora appena il Mediterraneo. E’ il mese di ottobre, e la compagnia americana Noble Energy scopre a largo di Israele un enorme giacimento di petrolio e gas naturale. Il ritrovamento è tanto impressionante che al sito più a nord, a 84 miglia marine dalla città di Haifa viene dato il nome Leviathan, riferimento diretto al mostro biblico poi ripreso da Hobbes. Tanto esteso da superare le riserve presenti nell’area texana degli Stati Uniti, il giacimento è stimato attorno ai 16 miliardi cubi di gas naturale, per di più di alta qualità, capaci di soddisfare le necessità di Israele per i prossimi 100 anni, in un paese fino a quel momento circondato da vicini esportatori di petrolio, ma sfortunatamente piuttosto ostili.

L'estensione dei giacimenti Leviathan e Tamar (fonte: Voltaire Network)

L’estensione dei giacimenti Leviathan e Tamar (fonte: Voltaire Network)

Ben presto però la questione della scoperta israelo-statunitense si è fatta più complessa. L’area di estensione del giacimento è molto vasta, e non interessa esclusivamente Gerusalemme: Leviathan, a differenza del suo gemello Tamar, si avvicina pericolosamente alle coste di uno stato piuttosto curioso: Cipro (ne riparleremo più avanti). Non solo: Tamar pone grossi problemi di sfruttamento, in quanto l’area nella quale si estende ha subito attirato l’interesse di Libano, Siria, Turchia ed Egitto. Anche perché, secondo l’attuale legislazione di diritto del mare, rientrerebbe nelle 200 miglia marine di Zona Economica Esclusiva, che assicurerebbe allo Stato in questione diritti di sfruttamento delle risorse presenti al suo interno. Ma indovinate invece quale stato ha scelto la politica di rigettare la Convenzione di Montego Bay, che pone tali norme? Proprio Israele. La situazione si complica quindi ulteriormente. Se poi ci mettiamo che proprio i paesi che oggi sono più coinvolti nell’instabilità in Medio Oriente, Siria e Libano, sono quelli più vicini ai giacimenti, diventa anche peggio. Lo sono anche più di Israele, ad eccezione del sopracitato Cipro.

Vi ho chiesto di tenere a mente questo piccolo e apparentemente innocuo paese e il motivo è presto detto. Cipro fin dagli anni ’70 vede al suo interno una situazione de facto di secessione da parte della popolazione turco-cipriota, di religione sunnita e sostenuta dalla Turchia. Dall’altra parte i greci ciprioti, sostenuti dagli USA.
Tutta l’area dei giacimenti confina con Cipro che in questo modo si trova, volente o nolente, sulla prima linea della lotta per il petrolio, che si aggiunge ad ulteriori motivi di tensione tra Erdogan e la Grecia, che si scaricano proprio su Nicosia.

Il percorso del gasdotto BTC attraverso gli stati amici dell'Occidente, Turchia, Georgia e Azerbaijan. (Fonte: Voltaire Network)

Il percorso del gasdotto BTC attraverso gli stati amici dell’Occidente, Turchia, Georgia e Azerbaijan. (Fonte: Voltaire Network)

Entra così in questione il protagonista della nostra storia. Cosa centra con le risorse dell’Egeo lo vedremo subito. Fin dal 2009 la greca Energean Oil & Gas intensificava i propri investimenti nella trivellazione off-shore, stimando una presenza di 22 miliardi di barili nel Mar Ionio e 4 miliardi nel Nord dell’Egeo. L’attività è stata implementata nel dicembre 2010, ad opera della sinoegiziana Sino Tharwa e dell’americana Halliburton. Le risorse presenti sono ingenti, tanto che l’esperto inviato dagli Stati Uniti per risolvere la questione, Richard Morningstar, ha “invitato” Grecia e Turchia ad appianare le divergenze al fine di trovare un accordo. Morningstar è lo specialista del governo americano nei rapporti di rappresaglia economica con la Russia, nonché il principale sostenitore della costruzione del gasdotto B-T-C, ideato al fine di bypassare Mosca nel trasporto di petrolio dal Mar Caspio al Mediterraneo. Mentre insomma la Russia aggirava la disobbediente Ucraina con il gasdotto South Stream, gli Usa aggiravano la Russia con il BTC. E gli altri? Agli altri non rimaneva che provare la via greca, con il TGI – I (Turkey-Greece-Italy Interconnector) e con l’IGB (Interconnector Greece-Bulgaria). In mezzo alla mischia vanno poi buttati anche la Cina, con il controllo del Porto del Pireo (il terzo nel Mediterraneo) e l’Egitto, non solo relativamente vicino ai giacimenti del Tamar e del Leviathan, ma anche legato a doppio filo alla potente Shell per lo sfruttamento di quelli al largo di Port Said.

In sintesi, potremmo agilmente darci qualche grattacapo in più, interrogando la storia e la sua ben nota e sgradevole ironia, chiedendole quale bizzarra fantasia abbia portato la più grande scoperta di risorse petrolifere del 2009 ad essere posta nell’esatto centro di un nodo vitale dei flussi mondiali di idrocarburi. Ma non è finita.

E’ il caso infatti di segnalare una serie di interessanti eventi che hanno affiancato l’instabilità politica degli ultimi anni. La centralità dei giacimenti dell’Egeo, infatti, diventa focale alla fine del 2010, andando ad intaccare due macro-aree ben definite. Da una parte l’area della sponda est, che comprende Israele, Libano e Siria. Dall’altra il Sud-Est europeo, che coinvolge Grecia, Cipro e Turchia. Appena 3-4 mesi dopo non solo scoppia la Guerra Civile Siriana (15 Marzo 2011), ma il debito pubblico greco (nel quale ipotizziamo un’incidenza di speculazione internazionale) raggiunge il suo picco, mantenendosi ad un livello costante fino ad oggi.

Il motivo per il quale ritengo plausibile un collegamento tra tali eventi si fonda su alcuni punti. Innanzitutto va sottolineato il ruolo fondamentale delle diplomazie americana, europea, russa, cinese e mediorientale nello svolgimento e probabilmente nell’origine dei moti della Primavera Araba, in specie in Siria. I moti spontanei, non vorremmo sembrare cinici, solitamente finiscono in un massacro. Qualora ciò non accada, è difficile pensare che nessuno sia intervenuto, anche alla luce della forte presenza diplomatica, militare e d’intelligence in Siria. Ma al di là di questo aspetto, di per sé neanche troppo originale, un altro elemento dovrebbe indurci in riflessione.

Lo sviluppo politico della Grecia ad oggi ricalca in maniera relativamente fedele quello dell’Ungheria di Miklós Horty. Se ai tempi dell’ammiraglio si poté con un abile gioco di illusione conciliare un gretto conservatorismo con l’ultranazionalismo filo-nazista delle Croci Frecciate di Szálasi, la tolleranza più o meno velata di Nea Dimokratia, delle forze dell’ordine e della popolazione greca hanno oggi generato il medesimo scenario di collusione tacita che aveva permesso all’Ungheria di imporsi come uno dei più feroci attori nella politica di sterminio degli ebrei. Un altro tassello inquietante si è quindi aggiunto, mettendo a dura prova le ipocrite buone intenzione del salvataggio greco. Ma a questo va aggiunto che al sistema Conservatori + (neo)nazisti di stampo hortiano si è affiancato uno scenario analogo a quello che aveva caratterizzato l’Italia della Strategia della Tensione. Quando ancora la Guerra Fredda batteva i suoi colpi sull’Europa divisa tra filo-americani e filo-sovietici, i servizi segreti americani appoggiarono il gruppo neofascista e sovversivo Ordine Nuovo. Lo scopo di tale allineamento era quello di provocare lo stato d’emergenza, sovvenzionando atti terroristici capaci di far sfociare la rabbia in manifestazione, poi in rivolta. Una volta destabilizzato il paese fino a farlo giungere sull’orlo della guerra civile, il golpe sarebbe stato il passo successivo più immediatamente conseguente.

Tale prospettiva non sembra ad oggi realizzabile all’interno del contesto greco, ma le avvisaglie di una strategia della tensione al suo interno permangono, se si considera l’atto del Novembre 2011, in cui i vertici militari greci sono stati praticamente azzerati. A questo punto, considerate le recenti dichiarazioni del gruppo di Alba Dorata volte ad invocare lo sfruttamento delle risorse dell’Egeo, è proprio su questa nuova El Dorado che potremmo ridefinire l’instabilità recente, perché su di una Grecia atomizzata molti verrebbero ora a trovare la propria fortuna. Alba Dorata, con il controllo ormai totale delle strade, con un poliziotto su tre che sembra sostenerla e il ruolo delicatissimo svolto dal Ministro dell’Interno, Evripidis Stylianidis, non è identificabile con l’assioma nazionalismo-nazionalizzazione. Il sostegno a gruppi di estrema destra non è nuovo nella politica estera di molti paesi, Stati Uniti in testa, che, tramite la CIA, sembrano più preoccupati da un possibile golpe che dalla presenza di un partito neonazista così forte. Il problema ora, in mezzo a questo intricatissimo quadro, ruota attorno ad in interrogativo relativamente inquietante: con chi sta Alba Dorata?

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  1. […] medesima decisione è stata recentemente presa in un paese piuttosto vicino al nostro, vale a dire la Grecia. Se infatti ad Atene i vertici militari sono stati azzerati, Dagospia giunge prontamente a […]



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