Se l’FMI porta l’Argentina sull’orlo del crack

Il Fondo Monetario Internazionale (fonte: AP Photo/Cliff Owen)

Il Fondo Monetario Internazionale (fonte: AP Photo/Cliff Owen)

La guerra delle due Cristine sembra essere alle battute finali. Sui comandanti in capo del conflitto che vede contrapporsi Argentina e Fondo Monetario Internazionale però si continua a non discutere. L’Italia -si sa- è terra da politica estera zero in campagna elettorale. Eppure le informazioni che emergono dal secco no di Christine Lagarde ai conti della sua omonima avrebbero ben più di un punto degno di discussione.

Non lo diremo mai abbastanza, ma ovviamente non si governa di solo fascino. La leadership che, specie nel contesto sudamericano, poggia sui grandi eroi della nazione siede sul grosso rischio di una fondamentale instabilità politica, e il fatto che oggetto ne sia una piacevole signora non smorsa tali prospettive. Ce ne possiamo raccontare parecchie, ma poi qualcosa inevitabilmente verrà a risvegliarci da tali ameni sogni da massaie della politica.

Stavolta il potenziale esplosivo di tale risveglio è alto, e giunge con il richiamo ufficiale del Fondo Monetario Internazionale. Lo scopo è una sostanziale intimazione all’Argentina -e in specie all’istituto statistico INDEC– di produrre dati attendibili riguardo lo stato economico del paese. Preoccupa in particolar modo l’inflazione, attestatasi secondo l’INDEC attorno al 10%, secondo altri soggetti sul 25%: una forbice decisamente considerevole. Più in generale però, al di là del dato statistico, è la stabilità monetaria del peso ad essere traballante. Il cambio col dollaro rimane fisso a 4,9 pesos per dollaro, ma il mercato nero registra un valore 7/1. E’ forse questa la ragione per la quale le banche argentine non sono autorizzate ad effettuare cambi per chi non dimostrasse di volersi recare all’estero: meno cambi significherebbe meno domanda di valuta estera e quindi comporterebbe un freno alla svalutazione della moneta nazionale. Di certo, però, nulla può nascondere come tali manovre comportino una criticità di fondo: l’opacità della produzione statistica al riguardo è ben nota. Se però la scarsa propensione di Buenos Aires ad informare possibili investitori è così scarsa un punto rimane in sospeso: perché far scoppiare lo scandalo solo ora?

Già, perché il pressing del Fondo Monetario è ormai di lungo corso. Ginevra Visconti, su Linkiesta, lo data almeno a due anni fa. Ciò che invece è piuttosto recente è una decisa ridefinizione dei rapporti di forza all’interno dello scenario sudamericano. Nell’area gli Stati Uniti, principali finanziatori del fondo, se non i completi egemoni dello stesso, intendono contare su validi alleati, nel tentativo di isolare il Venezuela. Principale candidato per tale compito è il Brasile, che con una crescita aggressiva e l’allettante bacino d’investimento dei prossimi mondiali si pone come partner di ferro. L’Argentina rischia di spezzare tale idillio, con un avvicinamento recente tra la Kirchner e Dilma Rousseff, successore di Lula alla presidenza brasiliana. Di più, l’Argentina ha recentemente aperto all’Iran. Dopo che quest’ultimo è stato imputato dall’Argentina di un attentato terroristico nel 2006, infatti, le relazioni diplomatiche tra i due paesi si erano interrotte. Oggi invece tra Ahmadinejad e la Kirchner corre miglior sangue, tant’è che il volume di scambi commerciali è aumentato fino a raggiungere quota 400 milioni, anche se questo ha fatto infuriare naturalmente sia gli Stati Uniti che Israele. Tutto ciò nel contesto di una sempre maggiore penetrazione della Cina nel sudamerica, in particolare in Brasile e Cile. In un territorio che, come scrive Matteo Villa, gli Stati Uniti considerano un proprio court yard, forse in virtù di una sbiadita Dottrina Monroe.

Non è solo la politica estera della presidentessa a far infuriare gli states. Giunge infatti come una discreta coincidenza il fatto che proprio in questi mesi si sia riaperta la lunga trattativa dei bond argentini. Dopo una crisi iniziata nel 1999, l’Argentina aveva dichiarato default nel 2001. Il debito era stato ridotto parzialmente e la storia sembrava poter andare su di un percorso lineare. Senonché il 15 dicembre 2012 accade che il Tribunale di New York, nella persona del giudice Thomas Griesa impone la completa restituzione del valore dei bond degli investitori statunitensi, per un totale di 4,3 miliardi. Ne consegue l’impennata dei Credit Default Swap a 5 anni e un pesantissimo downgrade da parte di Fitch da B a CC. Promotore dell’impresa sarebbe Paul Singer, sostenitore di Romney alle presidenziali e proprietario del fondo Elliott Capital Management, casualmente piazzato nelle isole Cayman. Possibile che il signor Singer, un uomo certamente occupato, si sia accorto solo ora di quell’accordo preso dieci anni fa? Difficile crederlo. Più probabile che si tratti di un sofisticato effetto a catena, il cui ultimo -e più pulito- attore è proprio l’FMI.

L’economia argentina, certamente piena di criticità, non è propriamente sull’orlo del declino, e a specificarlo è un giornale serio come il Guardian. Neanche secondo la dottrina dell’FMI, una idolatria della stabilità monetaria (esclusivamente in contrasto di fenomeni inflazionistici). Sta certamente seguendo una strategia molto dubbia, alimentando un sentimento nazionalista che poco spazio lascia a qualche speranza per il paese, e la politica di nazionalizzazione è in piena consonanza con l’aumento dei prezzi. Il vero criterio delle scelte della Lagarde -che pure aveva bistrattato gli USA– è però quello di aver offeso le mire continentali del suo azionista di maggioranza. Il prezzo di tale sfida potrebbe essere molto elevato, perché la posta in gioco è la stessa permanenza nel fondo, e quindi la possibilità di accesso a flussi di capitale che altrimenti sarebbero preclusi. Inutile poi chiedersi perché la Kirchner consideri l’FMI il vero colpevole del fallimento del 2001, se poi esso si avvia scientemente e volontariamente ad un secondo black out della finanza argentina. Di fronte a questo le parole di un presidente che molti dubbi continua a lasciarci sono comunque indicative:

Dove stava il FMI che non ha potuto accorgersi di nessuna crisi? Dove stava quando si formavano non bollicine bensì mongolfiere speculative? Dove stava uno dei suoi ex direttori quando Bankia, la banca che lui dirigeva, ha dovuto essere aiutata con miliardi di euro? Oggi la Spagna ha il 26% di disoccupati, in gran maggioranza giovani e sfrattati. In quali statistiche sono raffigurate queste tragedie? Quali sono i parametri o le “procedure” con cui il FMI analizza i paesi falliti che continuano ad indebitarsi, con popolazioni che hanno perso la speranza? Che succede con i paesi emergenti come noi che hanno sostenuto l’economia mondiale nell’ultimo decennio e a cui oggi vogliono mettere in conto i piatti rotti da altri? Conoscete qualche sanzione del FMI, qualche decisione contro questi altri che si sono arricchiti e che hanno fatto fallire il mondo? No, la prima misura che prende il FMI è contro l’Argentina.

Di certo la Kirchner non sarà mai un ottimo presidente, e lascia perlomeno perplessi -anche qui in Italia- quanto in Argentina basti poco per essere idolatrati come un dio; fatto sta che ancora più perplessità continua a destare un fondo monetario che non si riesce ancora bene a capire gli interessi di chi intenda veramente tutelare. Difficile è non considerare questa l’ultima fase, l’istituzionalizzazione di una strategia d’attacco ad un paese al quale -al di là delle sue colpe- si imputa solo ed esclusivamente di disobbedire. E’ forse una triste tradizione che proprio i peggiori governanti abbiano il carattere comune di difendere dalle ingerenze esterne i propri paesi. E’ altrettanto ormai tradizionale che le agenzie di rating e più in generale la finanza abbiano come principale obiettivo la destabilizzazione di intere collettività. Il degrado più profondo giunge invece quando proprio le istituzioni -e gli uomini- in cui si riponevano le maggiori speranze cadono in un inconfondibile tonfo. Perché se il fondo monetario non resiste alle pressioni del potere, allora chi dovrebbe farlo al suo posto? Chi può se non Christine Lagarde?

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