Mali e Slovenia: fine di un’europa storta

Guerra in Mali, manifestazioni in Slovenia (fonte: Euronews/PressEurop)

Guerra in Mali, manifestazioni in Slovenia (fonte: Euronews/PressEurop)

Le avvisaglie di un’escalation in Mali erano da tempo percepibili. Oggi la Francia gioca il ruolo della volenterosa nel nord dell’Africa, mentre la Slovenia affronta una crisi istituzionale senza precedenti. Come sono collegati questi due fatti? Da un’Europa che non funziona. Un’Europa storta che vive di due terrori: la paura di un nemico esterno che ne minaccia il territorio e di un istinto cleptocratico che la destabilizza dall’interno. Dove la soluzione è agire scompostamente all’esterno e tacere le proteste all’interno.

L’Europa serra le fila in una dimostrazione di potenza che come ogni dimostrazione di potenza non disegna che una parabola discendente di chi ne fa uso. Il potere è tendenzialmente di per sé stesso evidente: non è di certo necessaria alcuna dimostrazione, ma al limite un suo esercizio. Al contrario l’Europa dimostra -tramite l’amata République française- di essere ben poco nelle condizioni di fare o dire qualcosa (e di questo non possiamo che rincuorarcene). Ironico è però che tale moto patriottico origini dal più socialdemocratico dei presidenti, François Hollande, ma naturalmente questo non alimenterà che il più totale silenzio. Si sa, di fronte ad un bottino di guerra non c’è sinistra che tenga (Obama ne è un chiaro esempio); né tiene il pacifismo posticcio dei giornali della cosiddetta gauche caviar, Le Monde in testa, così da eliminare uno dei pochi spazi di rifiuto dell’interventismo che ci rimangano. Ma tant’è, il conflitto in Mali sta prendendo piede, con tanto di ringraziamenti da parte del giornale maliano Républicaine. E probabilmente non poteva essere altrimenti.

Il perché lo faccia è più difficile da dire. Vi sono certamente le memorie del colonialismo francese e uno spirito espansionista non indifferente, uniti all’attrattiva di riserve uranifere, come sembra concludere Luciano Trincia su Linkiesta. All’interno di questo disegno c’è però di più, molto di più, un dilemma che arriva alle fondamenta dell’Unione Europea e della cooperazione che essa necessita.
Un possibile punto di partenza è quello evidenziato da Martin Winter sulla Suddeutsche Zeitung (traduzione qui): “Il fatto che Parigi abbia ricevuto dai suoi partner europei solo delle dichiarazioni cordiali e qualche aereo da trasporto dimostra che qualcosa non funziona nell’Unione europea. Impedire agli islamisti e ai terroristi di conquistare il Mali è nell’interesse dell’intera Unione europea. L’Ue sa dell’esistenza di questa minaccia da più di un anno. Nelle mani di Al Qaeda e dei suoi simpatizzanti il Mali si trasformerebbe in un Afghanistan alle porte dell’Europa, da utilizzare come base, campo di addestramento e retrovia del terrorismo internazionale“. La posizione assunta dall’UE per quanto riguarda la sicurezza comune dunque si pone nell’ottica di una estraneità nei confronti del resto del mondo. E’ un’europa chiusa sotto la propria campana di vetro (in un “paradiso post-storico“, direbbe Robert Kagan).

L’esplosione di frammenti d’interventismo in Africa non è nuova (la Francia aveva già approfittato della propria presenza in Libia per ottenerne commesse militari). Non è però neanche in contraddizione con un modello di europa chiusa, contrariamente a quanto si pensi. E’ anzi la dimostrazione di una aggressività derivante da una sostanziosa ignoranza del nemico, che oltretutto finisce per comportare anche la prospettiva di “combattere alla cieca”. Quello del Mali è infatti un territorio difficile, nel quale oltretutto le truppe jihaidiste possono contare sull’appoggio di alcune tribù tuareg e più in generale di soldati autoctoni, conoscitori proprio di un’area desertica che molti hanno associato all’Afghanistan e al non esaltante risultato statunitense lì ottenuto.

Il punto di combattere nel bel mezzo di un nulla anche relativamente surriscaldato è semplice: essere invisibili, veloci e perfettamente a proprio agio nel territorio. Essere tanti non serve, ma avere il consenso della popolazione sì. Alla Francia mancano tutti questi requisiti, nonstante il numero sia da qualche decennio l’arma vincente dell’occidente contri nemici elusivi o immaginari. L’invito diretto del presidente Touré potrebbe far molto comodo, ma tendenzialmente le truppe francesi sono piuttosto rapide a farsi detestare dai locali, quasi al pari della media americana, virtualmente imbattibile in questo campo.

La Francia interviene quindi in un contesto sfavorevole, senza chiedere conto o appoggio ad alcuno degli stati limitrofi, e lo fa perché l’europa continua il proprio ormai cinquantennale sonno dietro la cupola di vetro di una pace kantiana che nulla ha a che fare con un mondo più giusto, ma semmai con una indifferenza più feroce. Capita così che piccoli ometti mandino al fronte qualche centinaio di uomini affinché elevino loro una grande statua in memoriam.

Nel frattempo la Slovenia -a tre passi da noi- vive una forte crisi istituzionale. La parabola dal comunismo alla cleptocrazia che aveva caratterizzato anche la Russia di Eltsin sembra ora colpire anche Lubiana. Ben un mese fa, nel pieno silenzio della stampa italiana, a Maribor  scoppiava una protesta di grande portata. E’ Borut Mekina a raccontarlo (qui il testo tradotto): “Maribor ha sempre avuto la reputazione di una città dove non succede nulla. Il tasso di astensione alle elezioni è più elevato che altrove e i suoi abitanti non sono molto coinvolti nella vita sociale o politica. Com’è possibile allora che in una sola settimana ventimila persone abbiano manifestato in piazza della Libertà, mostrando striscioni contro il sindaco, gettando uova, sedie e bottiglie molotov contro il comune? Tutto ciò lascia sbalorditi, tanto più che come in una sorta di estasi generalizzata l’intero paese è sceso in piazza in segno di solidarietà con Maribor.”

La risposta che Mekina da è la seguente: “La prima è stata la decisione del sindaco Franc Kangler di installare degli autovelox a tutti gli incroci principali della città. In pochi giorni sono state registrate 70mila infrazioni – altrettante multe da pagare per una popolazione già duramente provata dalla crisi economica. Inoltre gli autovelox sono stati installati nei luoghi dove è più facile cogliere in fallo gli automobilisti e non per esempio vicino alle scuole. Ma non è tutto. L’appalto degli autovelox è stato dato a un’impresa privata, e la maggioranza delle multe (circa il 93 per cento) è stata incassata da questa impresa, che aveva promesso di rinnovare il sistema dei semafori. In altre parole il sindaco è riuscito in una missione impossibile: privatizzare lo stato. Le prime contestazioni non hanno tardato ad arrivare e gli autovelox sono stati dati alle fiamme. Ma la vicenda della privatizzazione degli autovelox è solo l’ultima di una lunga serie. Maribor si è gettata a capofitto nel sistema capitalistico neoliberista. Dal 1997 si è cominciato a privatizzare a ritmi serrati: il sistema di depurazione e di distribuzione dell’acqua, i trasporti pubblici, la teleferica, le pompe funebri e così via. Il risultato è che adesso morire a Maribor costa il doppio rispetto a Lubiana.

Una popolazione, quella di Maribor, esasperata da una cultura del ladrocinio talmente diffusa da scatenare una rivolta (notate qualche assonanza?). E’ anche però un popolo al bivio, come scrive Zoran Potič sul giornale Delo (traduzione qui): “Attualmente la società slovena si trova di fronte a un bivio: diventare una vera democrazia o rimanere una cleptocrazia. I prossimi giorni, settimane, mesi saranno fondamentali. È arrivato il momento di ascoltare la voce dei cittadini. E di tenerne conto.

Della Slovenia però non si parla, perché in fondo al nostro gretto cuore permane l’idea che non sia poi così importante. Come accaduto per l’Ungheria e la Bielorussia, tutto questo non conta, anche se Slovenia e Ungheria sono membri UE a tutti gli effetti. Si deve comunque serrare le fila, come detto, e quindi “il fatto non sussiste”. Una ragione di stato che in realtà nasconde l’indifferenza nei confronti del destino di intere popolazioni poste di fronte ad un deficit democratico, quello di non poter agire realmente come se l’europa non fosse solo un’esperienza di coloro che governano ma anche di coloro che sono governati. E’ per questo che Mali e Slovenia sono collegate, perché costituiscono la fenomenologia di base di un’europa drogata di se stessa, chiusa in un angolo al buio a chiedersi chi sia.

Attacchiamo un nemico jihaidista perché ci viene richiesto, ma anche perché questo ci fa sentire più forti, come se le ferite di una coabitazione europea contorta non fossero lì a sanguinare. L‘Ungheria ha dimostrato quanto fragile sia quest’europa autistica, e con essa la Grecia, ora seguita dalle richieste della Slovenia che, dietro un mucchio di retorica non chiede che etica al governo. Se solo ci comportassimo come un unico popolo europeo potremmo magari iniziare anche a provare qualche pietà per gli sloveni. Allora porre fine alle violenze in Mali non sarebbe che l’opera di una potente mano, quella di chi avendo compreso le radici dell’odio in sé può riportare anche la realtà che lo circonda ad una vera pace, senza ferocia né illusioni.

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