Grecia: pacchi bomba a giornalisti, mentre Nea Dimokratia supera Syriza nei sondaggi

Risultati di un attacco (Reuters/John Kolesidis)

Risultati di un attacco (Reuters/John Kolesidis)

Nella notte tra il dieci e l’undici gennaio ordigni artigianali sono stati trovati di fronte all’abitazione di cinque giornalisti, alcuni dei quali vicini al PASOK. Si tratterebbe di Giorgos Oikonomeas, Antonis Liaros, Antonis Skyllakos, Christos Konstas e Petros Karsiotis. Il metodo usato (bombolette di gas) riconduce a movimenti anarchici. La rivendicazione in capo alla “cellula amanti dell’anarchia” (“lawlessness” secondo Keeptalkinggreece) ha aperto uno scontro tra Syriza, Pasok e Nea Dimokratia. Ciononostante la questione della violenza continua ad essere nascosta sotto le divisioni ideologiche.

Mentre i giornali di tutto il mondo (ad eccezione dell’Italia) fanno report di una sempre più sistematica aggressione ai mezzi d’informazione, la strategia di intimidazione nei confronti dei mezzi d’informazione inizia ad estendersi ben al di là delle manifestazioni. Già fin da ottobre 2012 Megachip riportava come durante l’assalto al teatro del Corpus Christi i reporter fosseri picchiati esattamente come chiunque altro. Si sono aggiunti col tempo anche New York TimesJerusalem Post.

Stavolta però la questione è diversa, perché se la via che si intraprenderà è quella del terrorismo allora l’intimidazione prenderà una forma diversa. E’ molto differente -giova ricordarlo- lanciare molotov sui giornalisti durante una manifestazione, colpirli nel chiuso di un teatro o piazzare una bomba. Nel primo e secondo caso è tutto relativamente facile, ma ci si trova di fronte allo sguardo attento del paese e delle forze dell’ordine. E soprattutto si agisce all’interno di un evento non casuale né improvviso. Vige la regola del controllo nel caos: i violenti sono lasciati lì a sfogarsi un po’ su chi si trova malauguratamente nel posto sbagliato, poi tutti a casa. Se però la via è quella del terrorismo tutto cambia, e gli italiani lo sanno fin troppo bene.

Lo sanno altrettanto bene però anche i greci. Alla fine della sua lunga analisi nel quotidiano E Kathimerini, Harry van Versendaal riporta la questione del terrorismo greco alla sua reale dimensione: “in nessun luogo la tolleranza sociale della violenza è stata più evidente che nel caso del terrorismo interno. 17 Novembre, un sedicente gruppo marxista di guerriglia urbana ha assassinato 25 persone in 103 attacchi dal 1975, fino a quando nel 2002 è stato sciolto“. Quello di Versendaal è un atto di accusa non solo a Syriza, ma anche alla società greca, incapace di rifiutare nettamente la violenza. Un monito a: “sviluppare una comprensione più inclusiva della violenza, condannandola in ogni sua forma: sia essa razziale, sessuale o politica“. Versendaal coglie perfettamente la dinamica weimariana che sta caratterizzando la politica greca, schiacciata tra il partito nazista Alba Dorata e quello della sinistra radicale Syriza, mentre i partiti nel mezzo (Nea Dimokratia e Pasok) si barcamenano indegnamente concedendo un po’ all’uno un po’ all’altro. Immagine limpida ne è il controllo sostanziale che Alba Dorata ha delle strade e sembra delle forze di polizia.

Ciò indica uno stato di cose che oscilla tra la Germania pre-totalitaria e l’Italia degli anni di piombo. Le difficoltà che insorgono ora vertono sull’incognita di una spirale che porta dall’incertezza politica e sociale all’impossibilità di delineare le responsabilità delle violenze. I due fenomeni si alimentano a vicenda, e non c’è motivo di credere che si possano esaurire se non vi sarà un intervento pubblico da parte dei partiti al governo. Nea Dimokratia ha infatti raggiunto il 29% dei consensi, superando Syriza che si attesta al 28,5%. Facciamo notare che anche Alba Dorata sale dal 7 al 10%. E’ quindi compito ineludibile di Nea Dimokratia dimostrare che un governo conservatore non è necessariamente complice quando un partito nazista acquisisce consenso. A Syriza spetta il compito di epurare tutte quelle posizioni che spingono per la lotta di stampo terroristico, e sappiamo bene quanto dietro il falso pacifismo si nasconda spesso la mano che poi la notte piazza gli ordigni. La storia italiana ne è piena, e così sembra essere quella greca.

Nea Dimokratia ha già preso di mira Syriza, rea di aver dato un impulso morale poi (secondo l’ottica di ND) trasformatosi in atto. Syriza risponde adducendo a ragione delle dichiarazioni del partito rivale la volontà di indebolire la società greca dividendola. Nei delicati equilibri che oggi si costituiscono tra le forze politiche del paese probabilmente entrambe le dichiarazioni possono considerarsi attendibili. E’ però evidente che lo scontro frontale non farà che alimentare quella violenza che Versendaal voleva decostruire, nonostante l’impatto della crisi economica e dell’intransigenza UE. L’elemento attorno a cui verte la questione greca non è però un preconcetto rifiuto del nazismo, quando una intrinseca comprensione di quanto l’abitudine possa nel riprodurre la violenza, facendone uno standard dell’esistenza. E’ allora facile indicare come un bene il solo fatto che i colpi cadano al di là del nostro interesse. La scelta è sopravvivere nel mezzo della violenza. Questo, però, non ha nulla a che vedere con una degna esistenza.

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