Gli italiani e il fascismo

Mussolini e Petacci a Piazzale Loreto 1945 (fonte: Wikipedia)

Mussolini e Petacci a Piazzale Loreto 1945 (fonte: Wikipedia)

E’ una tradizione anglosassone. Storiografica, giornalistica e politologica. La storia è letta attraverso occhi esogeni, quelli della civiltà, nei confronti della quale tutto si deve piegare. Tempo, spazio e uomini non sono più che un’immagine monodimensionale, quella riflessiva della società che li costruisce e non di un’umanità che decostruisce i propri orizzonti per comprendere come avanzare.

L’articolo con il quale Tom Kington sul Guardian ha analizzato il rapporto tra gli italiano e la figura di Benito Mussolini rientra in un lungo filone dell’analisi storiografica del totalitarismo novecentesco. La riflessione sul nazifascismo, in particolare dell’hitlerismo ha visto negli anni una preponderanza della storiografia americana e britannica (Hobsbawm, Goldhagen, Hamerow). Quando l’analisi è invece giunta dall’europa continentale, l’interpretazione è stata unilaterale. Perché indicare un nemico nel fenomeno nazista è la più potente arma di coesione sociale dell’età post-totalitaria. Dall’altra parte della trincea, il mito fondante della lotta al comune nemico (come da titolo di uno dei capitoli più importanti del “Secolo Breve” di Hobsbawm). Un mito perché esplosione di una complessa teogonia intrecciata con l’epos mitologico della seconda guerra mondiale.

Immagini ritmate da musica lirica hanno infatti permeato un’epica della lotta al nemico mortale, il satana Hitler. Dallo scenario interattivo Medal of Honor all’epopea Salvate il soldato Ryan. Un immaginario complesso che ha permesso l’accostamento dell’oscura minaccia nazista all’angelo caduto Sauron nella trilogia fantasy Il Signore degli Anelli. Se però si fa dell’uomo che ha spinto l’europa verso una spaventosa implosione l’allegoria di un diavolo tentatore, ad essa si dovrà inevitabilmente contrapporre quella di una umanità traviata e derubata della propria integritas, intesa come permanenza nella frequenza media della vita altrui.

Una visione alla quale per primo solo Goldhagen in Germania ha tentato di mettere fine, con il suo I Volenterosi Carnefici di Hitler. Nessuna corruzione può infatti avere luogo senza un corrotto veloce a degradarsi per volontaria e volenterosa fame di potere. Il fulcro della violenza inizia dunque a variare. Ignorando ciò una certa storiografia anglofona ha tentato di contrarre e fondere la violenza in quel centro europeo in ossequio ad un rito globale di redenzione, ma anche di sacrificio. Un sacrificio necessario acché il processo potesse compiersi: ad una civiltà sull’orlo dell’abisso necessita un capro espiatorio al quale far fagocitare il male, prima di incenerirlo sul rogo e porre fine ad un ciclo vitale ormai eroso.

Anche una parte della storiografia italiana ha tentato di complessificare il rapporto tra società civile e regime mussoliniano. Ha tentato, ma è stata spazzata via da una ideologia democratica che vedeva nell’antifascismo un blocco semantico atto a fungere da roccaforte degli indecisi, di quelli che non è che amano il duce, ma hanno famiglia, devono lavorare, non vogliono problemi. Una roccaforte però anche di una sinistra radical-chic da rivoluzione in Converse, che nel tempo ha fatto di un’immaginario di impegno e superiorità culturale la struttura per una nomenklatura intellettuale fondamentalmente dogmatica e accademicamente mediocre. Mediocre perché abituata a considerare l’intellettualismo come una qualche originale rendita di posizione; dogmatica perché appiccicata ad un rifiuto eticamente nullo del fascismo.

Se infatti i piccoli nostalgismi di parte della popolazione fanno leva sul Mussolini papà degli italiani -come tradizione dei populismi italioti ancora presenti- la tradizione partigianista ha rappresentato e rappresenta tutt’ora uno snodo di una ideologia democraticista che affronta il tema della violenza totalitaria come negativo esemplare della detta teogonia, pura e vuota controparte di una narrazione incentrata sull’eroe (come in qualsiasi poema epico). Eroe che, come in ogni narrazione, incorpora i caratteri di colui che fruisce dell’opera (la sopracitata integritas evidenziata da Eco in “costruire il nemico“). E’ a questo punto che interviene la storiografia anglofona, alimentando un atlantismo funzionale ad una polarizzazione tra occidente e oriente prima (con la guerra fredda) e tra culture federate dopo (secondo i canoni imposti in “The clash of civilizations da Huntington e poi massacati da Beck in Conditio Humana” e Sen in “Identità e Violenza“).

Giungiamo alla fine ad un momento che scopre la sintesi tra una gretta negazione del fascismo (alimentata anche da intellettuali come Benedetto Croce) e la demonizzazione storica dell’Europa centrale. Lo spirito che muove gli storici e i giornalisti anglofoni è in fondo lo stesso che muove l’italiano nel momento in cui solo osa pensare che forse con l’amato duce si stava meglio. Dopo aver però amabilmente cazziato il signor Kington che spero non se la prenda a male, è il caso, per dirla alla V per Vendetta, di sederci e fare due chiacchiere.

L’analisi di Kington potrebbe avere dei risvolti particolarmente interessanti qualora si rovesci una facile realtà in una più complessa. Andando oltre lo specchio, potremmo chiederci -sottovoce, per non disturbare- non se in Italia sia il dittatore ad essere per tutte le stagioni, ma se sia invece la dittatura una variabile indipendente della cultura del nostro paese. Se il mito di Mussolini infatti gode delle benefiche oscillazioni dell’alzheimer collettivo di una società del motore di ricerca, i legacci che connettono il cuore degli individui ad ogni leader capace di farli violentemente sognare sono una flebo emozionale alla quale non sappiamo proprio rinunciare. Come detto più volte, l’italiano ha questo carattere di fondo: la necessita di qualcuno che pensi per lui, chiunque sia, purché assicuri un piatto di pasta e una discreta gradevolezza esistenziale: non deve essere così brutto e cattivo da ingerirsi dei fatti della brava gente che ha assicurato la propria serenità andando a votare per il partito giusto. Un sistema che funziona, chiaramente, finché un fattore esterno non venga a turbare l’equilibrio iniziale. Stabile perché al contrario dei sistemi autodistruttivi ricerca l’accordo e comprende quando e dove la repressione è efficace ai fini della propria sopravvivenza. Non tutti i totalitarismi sono quindi destinati ad esplodere come si vorrebbe far credere, anche per lavarci la coscienza.

Perché la via d’uscita dell’Italia è sempre quella di aprire le braccia, sfoggiare un sorriso ammaliatore e gridare che alla fine era tutto uno scherzo. Che non si faceva per davvero, e che è solo che stupido chi poi ci ha creduto per davvero, dall’una e dall’altra parte. Diventa così più semplice, una volta caduti i fili delle marionette, divellere il giogo nella paziente attesa che uno nuovo venga creato per l’occasione, una piccola pausa tra primo e secondo atto. E’ una rivoluzione piccola piccola, che non fa male né scomodo a nessuno. Se non agli onesti. E’ il tripudio del volemose bene, della flaccida connivenza alimentata ad imbuto di paternalistici luoghi comuni atti a sostenere un gioco di interruttori che accenda la giornata a tutti. Mussolini non è un dittatore per tutte le stagioni, sono semmai gli italiani complici per tutte le dittature. Proprio in virtù del fatto che una coscienza di un involucro d’uomo significa la morte della storicizzazione dell’individuo, e quindi della sua facoltà di agire eticamente. E’ una spina nella corteccia cerebrale di matrixiana memoria, una spina che ci lascia tutti interconnessi in una illusione di esistenza, me e lei, signor Kington, me e voi, etici ed antithetici lettori.

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