Minaccia e controminaccia: quale piano si profila per le istituzioni in Italia?

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Mario Monti (fonte: notizie.guidone.it)

Mario Monti (fonte: notizie.guidone.it)

La crisi istituzionale che già infuriava nel paese ha preso improvvisamente ad accelerare, quando il Governo ha perso la fiducia prima nella Camera poi in Senato. A segnalarlo sono state le parole di Angelino Alfano, sotto evidente dettatura del suo signore e padrone. Un’azione irresponsabile e drammatica, come non manca di sottolineare Bersani, tanto per iniziare la colletta dei voti. La questione scende però profonda nella congiuntura politica attuale. Non può essere quindi essere ignorato il ruolo che in questo quadro hanno Berlusconi, Napolitano e Monti.

Su Berlusconi pesa l’ipoteca di un lento declino all’interno di un partito che inizia seriamente a sentirsi imbarazzato dalle sue parole. A dimostrarlo sono i lunghi silenzi, i balbettii dove prima erano le difese a spada tratta, le lunghe discussioni, quasi che il dibattito politico sia stato ormai abraso fino all’osso. Chiaro è quindi l’intento delle sue dichiarazioni, anche se giunte tramite la voce di Radio Angelino, fedele speaker del monarca in decadenza. Minacciare di sé, come fatto da Berlusconi, è l’estremo atto di un governante che, conscio che un ritorno alla normalità lo danneggerebbe in maniera fatale (basti pensare all’ineleggibilità dei condannati), manda un richiamo alla propria corte, affinché non pensi al colpo di mano: il Re c’è e non perdonerà defezioni, sembra dire.

Napolitano invece sente esaurirsi il proprio mandato, e nel frattempo studia l’indicibile, progetta scenari e soluzioni istituzionali. Mentre attende il responso di questi favolosi mercati e ascolta le reazioni internazionali, il Presidente della Repubblica sembra intenzionato più ad assicurare la stabilità del governo che quella del paese. Chiede una mediazione tra chi -come Berlusconi- non tollera che la propria formazione sostenga un governo che gli si sta ritorcendo contro, e chi invece -come Bersani- ne ha bisogno per trovare una qualche strategia al fine di impedire alla propria di evitare il fardello di gestire un paese in declino. Media, Napolitano, senza però rendersi conto di avvicinare l’Italia alla tangente del Governo di larghe intese, ultima roccaforte dove la politica potrebbe difendersi di fronte all’assalto del Movimento 5 Stelle, o più in generale di una popolazione sfiancata che non riesce più neanche a festeggiare il Natale.

C’è infine Mario Monti, il personaggio più indecifrabile di tale scenario. Difficile, sinceramente, che Monti miri ad un ruolo di osservatore, come Presidente della Repubblica, una volta che a maggio il mandato di Napolitano avrà fine. Più probabile, anche se minoritaria, la possibilità che accetti di riproporsi come Premier. Le ali più estreme del PDL non ne sarebbero certo entusiaste, ma la garanzia di poter continuare la propria “carriera” sotto l’ala dell’attuale presidente non dispiacerebbe di certo, specie se l’alternativa è rimanere schiacciati tra la coalizione montiana (che hanno rifiutato) e le forze che si opporrebbero ad essa (che di certo non li vogliono). Sta di fatto che le politiche di Monti sono politiche di lungo periodo, quindi le pressioni affinché qualcuno ne assicuri la continuazione ci saranno, specie sul fronte europeo. Già il grottesco ritorno di monsieur B. ha scatenato Schulz, non certo un alleato di Angela Merkel.

Ad aggravare la crisi c’è l’ipotesi, già paventata da Napolitano, di far coincidere la fine del proprio mandato con quella della legislatura. La scelta del Presidente della Repubblica comporterebbe un fenomeno di sintesi tra un già consumato declino del parlamento e un vuoto sia governativo che presidenziale, aprendo qualcosa di relativamente inquietante. Certo, con Monti al suo posto, il punto non sarebbe più la linea politica dell’attuale Premier, quanto la gestione delle nomine in capo al Presidente della Repubblica, in primis quella dei membri del Governo. Ripeto però che tale prospettiva, assieme a quella di Monti a capo di una delle due ali del parlamento non sembra convincente. Dubito che accetterebbe un ruolo di margine, né che il centro-destra o il centro-sinistra accetterebbero di farsi “fregare” Monti dai propri avversari.

L’ipotesi più probabile è che la risposta di Monti consista in una forte ultima contro-minaccia data al buon vecchio imbecille che ha deciso di nascere nel nostro paese e portarlo alla rovina. Sul lungo periodo, oltrepassando però per un solo momento la linea rossa delle elezioni, questo gesto ha conseguente precise. La principale di esse è quella di portare il sistema politico molto vicino al punto di fusione. Andremo al voto senza un Presidente della Repubblica e con un parlamento ormai desautorato nella maniera più assoluta. Lo faremo, inoltre, con la propabile ipotesi di un parlamentarismo compromissorio, quello tanto odiato della Prima Repubblica, all’insegna della collusione tra destra e sinistra, arroccati dietro le mura del parlamento contro i colpi dei moti antisistema. A guadagnarne, se si profilasse tale ipotesi, sarebbe inevitabilmente il Movimento 5 Stelle, probabilmente in pieno dominio delle elezioni. Ma non disperate. Potrebbe sempre accedere di ritrovarci a dover scegliere tra Berlusconi e Bersani. Alitalia ringrazierebbe.

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