Il giorno in cui Draghi impazzì. O forse no? Di come l’Europa cerchi disperatamente di saltare in aria

La giornata della follia, che aveva visto Silvio Berlusconi molestare l’intelligenza collettiva con un riuscitissimo best of, una roba micidiale che neanche nelle migliori serate Rai, non poteva che concludersi con un colpo da maestro di colei che non può che governare il mondo. No, non parliamo della numero uno dell’FMI, Christine Lagarde, né dell’ormai famigerata Angela Merkel. E’ madama follia che governa questo sputo di pianeta, e oggi ha deciso di parlare attraverso un interprete d’eccezione, cioè Mario Draghi.

Il presidente della BCE ha dichiarato -di fronte al periodico tedesco Spiegel1 il proprio sostegno all’ipotesi di istituire un supercommissario, la cui funzione sarebbe quella di esercitare un vero e proprio potere di veto sui bilanci dei paesi dell’Unione Europea.

La proposta, avanzata in Germania dal Ministro per le Finanze Wolfgang Schaeuble aveva già incontrato il netto rifiuto di François Hollande2, ben conscio di quanto fragili siano i rapporti sul confine franco-tedesco. Il rifiuto dell’unico vero fronte di opposizione alla Germania aveva portato poi ad un allineamento anche del premier Monti3.

Ma ora che il nostro beneamato scemo del villaggio ha deciso di rifarsi vivo con il suo teatrino dei burattini, Draghi se ne esce con una dichiarazione che non può non far gelare il sangue. E lo fa nel momento peggiore, mentre cioè la lunga (e prevedibile) trattativa tra l’UE e la Grecia continua a protrarsi e il ruolo della Gran Bretagna tarda a chiarirsi.

David Cameron, infatti, è ad oggi il decisore forse più importante al di là del confine Schengen, con l’enorme mole delle transazioni che ogni giorno passano per la City. Ma anche perché al consueto isolazionismo della Gran Bretagna ad oggi si accompagnano contraddizioni dalle quali è difficile definire una chiara linea verso l’euro-zona.
Innanzitutto c’è la necessità di garantire la stabilità dell’Europa continentale, almeno per via dei crediti maturati con Francia ($ 22 mld.), Grecia ($ 1 mld.), Italia ($ 26 mld.) e Portogallo ($19 mld.).4 Dall’altra parte, però, c’è anche la volontà di non lasciare, come a ragione o torto ci si è un po’ tutti convinti, che la Germania viga quale stato egemone nel continente.

Da ciò ne consegue la linea che vede una crescente polarizzazione tra il sistema bancario europeo (sostenuto da Cameron) e quello britannico5, quasi un nulla osta usque ad, nel quale alla Germania (e ai suoi sostenitori nelle fiandre, è importante aggiungerlo), viene lasciata via libera fintanto che le velleità britanniche rimangono intatte.

In uno scenario incerto come questo, le parole di Draghi assumono un peso enorme, in virtù della capacità attrattiva che ne consegue.
Innanzitutto rischiano di spingere al silenzio i dissensi che si alzano dalla stessa Germania (Schulz6), nonché le voci di disaccordo nell’UE, sia nelle sue figure istituzionali, quali Barroso7 (anche se solo per citazione indiretta del premier Monti), sia nei capi di governo8.

Rischiano invece di compattare chi, facendosi scherno della Merkel, ritiene necessario commissariare l’Europa intera9.
Senza contare la Repubblica Ceca che, si presuppone, seguirà la linea della Gran Bretagna, ad essa legata dalla clausola dell’opting-out, ma che intanto, nelle parole del premier Necas pone un veto all’unione bancaria.10

Si alza, insomma, un elegante baccano, supportato da grette opinioni e vecchi luoghi comuni. Scatenando, peggio, antiche contese e profondi rancori, come mai dalla nascita dell’UE se ne vedevano, in alcun modo sopiti, certo, ma sicuramente messi a bada da un romanticismo federalista che è comunque bene lasciare da parte quando si mettono assieme così pochi stati ottenendo così tanti conflitti, armati o meno.

Chiusa la fase del romanticismo, ne emerge una figura terribilmente ambigua, quella di Draghi appunto, dietro la quale non sai mai se batta un cuore oppure un ingranaggio a moto perpetuo, un’anima o un calcolatore. Un salvatore o una terribile minaccia.

Con tutto questo è arrivato il giorno in cui Draghi impazzì, rivelando al mondo che, forse, un uomo solo, commissario o reggente, può ancora decidere con un sì e con un no l’azione di governi, in maniera scellerata, certo, ma pur sempre quasi liberamente eletti. Arrivò il giorno nel quale -mai come ora- una figura centrale dell’unione si presta a sostenere un meccanismo il cui aspetto appare quello di una reale minaccia per tutti gli europei.

Se insomma decideremo di accollarci anche quest’ultima piaga d’Egitto, è difficile dire come ne uscirà ridotto il nostro già mediocre spirito pacifista. Singolare è poi che tale dichiarazione giunga proprio nel momento in cui Berlusconi ha in maniera così scellerata messo in dubbio tutto ciò che ci mantiene legati ad un filo. Si è trattato forse di una velata minaccia, qualcosa del genere: tappati quella dannata bocca una volta per tutte, visto che qui è già difficile salvarvi in qualche modo il culo? Difficile immaginarlo, se si considera il peso della dichiarazione. Difficile pensare che Draghi non comprenda come un tale lasciapassare non si ritiri dal mercato quando lo si preferisce.

E’ però difficile anche non chiedersi quanto infuocata una tale ipotetica poltrona possa essere, quanto quel potere possa essere visceralmente ambito, qualcosa meno di uno scettro, un motivo di lotta tra pretendenti, e uno di preoccupazione e rabbia per quelli che sembrano sempre più scivolare nel ruolo di sudditi.

Chi vorrà davvero tale scettro?
_

1Draghi: sì al supercommissario europeo”, sul Corriere della Sera; Crisi, Draghi: «Sì al super commissario»” su Lettera43.

5al riguardo, illuminante Cameron vuole un’Europa a due velocitàdi Valerio Valentini

8Si segnala qui, l’opposizione del premier austriaco Faymann (“Faymann: Supercommissario? Meglio superidee per lavoro”) e quella meno evidenziata di Rajoy (“Vertice europeo: ok bis supervisione Bce, niente ‘super-commissario’”).

9Questa, per mia personale considerazione, la posizione dei Paesi Bassi.

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