Il Processo: Berlusconi e Sallusti alla sbarra

AP/LaPresse

C’è del kafkiano nella nostra traballante repubblica, se oggi, a metà tra l’Edipo e il Re Lear il nostro degno compare di assurdità si è tanto prodigato per affondarci, strappandoci anche l’ultimo tubo per respirare.

Mentre la sua giornalistica longa manus, Alessandro Sallusti rifiutava un aiuto liberticida, forse in virtù di un abile calcolo, forse per inefficacia della legge in discussione al Senato, dimostrando in un sol colpo, però, più dignità di quanta ne avesse dimostrata in tutta la sua carriera recente (anche superiore alla soglia di indifferenza), mentre insomma cadono i pezzi, Berlusconi si è presentato, a metà tra le ombre del déjà vu e le follie di un arteriosclerotico, a sentenziare il decadere dello stato di diritto, della democrazia stessa. Da un pulpito che sembra sempre di più quello di un re in delirio.

Un processo kafkiano che non vuole esaurirsi, come non ha mancato di sottolineare Dario Vergassola, dove, tra i quattro anni di reclusione al re, e il prolungamento degli oltre vent’anni di pena per gli italiani, il divario impietoso tra gli oneri risplende di luce propria. Non c’è fine al peggio, proprio mentre il paese combatte con le unghie e con i denti contro una recessione che fa paura.

Così come, alla fine della storia, fa spavento la parabola discendente che porta il tiranno alla propria inevitabile fine, nonostante un’ultima zampata, quale vaga minaccia di rimettere sotto i piedi il futuro del paese per potersi salvare un’ultima volta, perché il vuoto attorno a Berlusconi si sente a distanza. Risulta evidente dalla scarsa attenzione con la quale sono state accolte le sue parole, quasi una demenza senile abbia ormai catturato quel vecchio che ora si rinnega, e che quindi si lascia in un angolo, perché lontano dagli occhi è realmente lontano dal cuore. E così possiamo anche liberarci dal peso di averlo eletto, sostenuto, di aver condiviso una visione allucinata della politica, una miseria morale prima che economica, uno scempio della cosa pubblica alquanto grottesco.

Certo, non ce la caviamo con le monetine tirate a ricordare la cacciata di Craxi, non è mandando il tiranno a morire che si è migliori di lui. Al limite si può diventare peggiori, anche perché se Berlusconi facesse realmente cadere il governo Monti presumo comincerebbe la caccia all’uomo, e le cacce all’uomo necessitano sempre di qualcuno pronto a salvarci dal mostro. Ecco, siamo giunto al nucleo della questione: il mostro.

Vorreste abbattere le statue, eh? Piacevole, senza dubbio. Ma incline alla dimenticanza. Perché una volta che il vuoto viene colmato con l’effige del pronto eroe, o più simpaticamente con un’aiuola nuova nuova, passano i giorni, i mesi, le sgradevoli riapparizioni si fanno magari più rade, e anche i brutti ricordi alla fine scompaiono, e con essi le nascoste connivenze, i rigurgiti xenofobi, le fughe dalla realtà, il congelamento della psiche in attesa del momento in cui fare ciò che consideriamo giusto non ci rovina l’appetito con un’irritante fattibilità. Quando si abbattono le statue ciò non risulta più necessario, perché dimenticare ci è preoccupantemente semplice. Se passo dopo passo ci facciamo docilmente spingere anche all’orrore, figurarsi se non ci pieghiamo ancora più facilmente a dimenticare.

Ci pieghiamo perché la pietra dello scandalo è facile ad essere scagliata, e se si è fortunati, non si deve fare altro che seguire una traiettoria già tracciata, per poi tornare comodamente ad attendere che qualcosa succeda. Meravigliosa creatura quella dello scandalo, le cui proprietà ben si adattano a chi di sottecchi cambia maglia e fa di volta in volta di qua e di là alla ricerca del campo che offre di più. E non parliamo di Scilipoti, ma di quelle straordinarie contorsioni mentali con le quali moduliamo l’etica su di un adattamento darwiniano.

Di certo, ad oggi, una volta ricordatogli dalla magistratura che qualche annetto di galera se lo dovrà pur fare, almeno per giustizia divina se non umana, lui non intende farsi scordare. Solo che quando lo diceva Renato Zero, al mondo dava dei “sorcini”, mentre questo qui ce lo ritroviamo più incattivito di prima, ma anche vagamente scentrato (qualcuno ipotizza -maligno- di fare attenzione che non dia fuoco al paese, per eleggere senatore un suo cavallo).

Sappiamo bene che gli imperatori mandano le proprie orde barbariche a devastare il mondo quando l’impero ormai non c’è più, e Berlusconi il piccolissimo di certo non elude tale graziosa pratica. Ma come tutti gli imperatori in declino, il nemico è proprio all’interno della corte, e sul punto di Cassio ce ne sarebbero parecchi.

Quella di Berlusconi, quindi, sembrerebbe più una poco ortodossa richiesta di trattativa politica, uno sbiadito do ut des, sostegno vs legge ad personam, più che una seria ipotesi di mandarci definitivamente alla deriva per salvare il proprio ingombrante deretano.

Certo è che in Germania queste parole non piaceranno, sulla Die Zeit, Berlusconi è già un tema piuttosto trattato, mentre la risposta dei mercati rimane un’incognita. Forse ne usciremo ancora con un sospiro di sollievo, constatando che si tratta solamente di una nostra dignità stroncata (la consolazione del codardo), ma di certo rimane questo vagheggiato processo che pende sulle nostre teste come una minaccia a restringere lentamente gli spazi, a farci piccoli piccoli, fino a non riuscire neanche a riconoscere noi stessi, perché sotto la pressione anche le nostre pie, ipocrite illusioni dovranno infine scoppiare. Allora, forse, ci accorgeremo che il processo è ancora lì, e guarda con scherno le nostre misere proposte, perché se un corruttore, come lo ha definito Fini, sicuramente esiste, qualcuno che debba starsene lì, buono buono, a farsi corrompere, non può non esserci. E non ci riferiamo a Scilipoti.

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