L’ideologia ai tempi della fine della storia

Nel 1992 Francis Fukuyama pubblicava La fine della Storia. Perché nel 1992 a finire non era solo l’esperimento sovietico, ma un sistema di percezione della realtà che per mezzo secolo aveva dominato il mondo, anche in quegli angoli (Corea, Vietnam, Laos) i quali hanno regolarmente la sfortuna di non avere la necessaria importanza perché ne vengano ricordate le vicende.

Con la fine della storia, secondo un’interpretazione piuttosto diffusa, finiva anche l’era delle ideologie (con l’inquietante eccezione, oggi solo leggermente più vacillante, della Corea del Nord). Ad armare e governare il mondo non erano più, quindi, le vicissitudini concettuali di qualche sgarbato e perlopiù incompreso profeta, quanto un pragmatico razionalismo che aveva l’insano sapore di un utilitarismo da provetto homo oeconomicus.
Tale era il fascino di poter finalmente acquisire una verità ultima tramite gli schematismi di una religione della ragione, che tale dottrina finì per investire anche il campo delle relazioni internazionali. Oggi la Russia muove sui binari del pragmatismo e degli interessi reciproci1, e lo stesso sarebbe il caso di aspettarsi anche dalla politica statunitense che, in quanto ai rapporti con l’estero, mantiene costante il grazioso vezzo di violare impunemente il diritto internazionale, tanto per non perdere la mano (e la faccia). L’analisi di Massari potrebbe essere in realtà discussa2. Quel che qui importa, comunque, non è il determinare se e quanto tradizioni e residui ideologici permangano in una società “epurata”.

Fondamentale, invece, è comprendere il perché del permanere di fenomeni di violenza nel bel mezzo di tanta brava gente onesta lavoratrice e pacifista. Perché se è pacifico come il principio di assolutizzazione intellettuale nelle ideologie comporti una definizione dell’altro totalmente micidiale, in quanto inevitabilmente mortifera nei confronti del malcapitato qualcuno da appendere per il collo al fine di mondare il nostro microscopico cosmo dal caos, meno accettabile sarebbe arrivare a dare un colpetto al nostro meraviglioso equilibrio, domandando per quale specifica motivazione l’odierna carneficina che abbiamo sparso per il mondo, o magari il virulento spirito di dominazione sull’altro che osserviamo ogni giorno, possa essere così artisticamente elusa.

 

Non si tratta, badi, di quel terzomondismo spicciolo che oggi agisce al fine di nascondere un più radicato cinico spirito di saccheggio, detto altrimenti indifferenza; si tratta, al contrario, della necessità di partire dal semplice principio per cui le parole non sono che parole, quando invece ciò che conta è l’interazione che esse comportano3.

Qualche giorno fa se ne discuteva con un collega di facoltà. Il punto in questione riguardava il rapporto tra gli italiani e le ideologie. La tesi che mi riusciva difficile condividere, naturalmente semplificata, poneva gli italiani al di fuori del raggio delle ideologie, perché disaffezionati, o comunque ad esse refrattari.

La questione non è banale, e si ricollega proprio al discorso iniziale. Come definire un’ideologia? Perché l’ideologia, come la maggior parte delle categorie della storia, tende beceramente a scivolare verso l’essere sempre più a proprio agio nel campo nemico, o ancora meglio in quello dello sconfitto. Tende ad essere sempre “degli altri”. Le interazioni che comporta, infatti, sono alquanto spiacevoli.

 

L’idea che l’italiano sia refrattario alle ideologie è fondata e credibile, anche facendo la tara di come una nazione, più che a specchiarsi, tenda ad autorappresentarsi (o peggio a lasciarsi rappresentare). Siamo stati in fondo noi stessi a perderci gusto a sostenere un certo Mussolini ed a scacciarlo via quando non ci era più di comodo4. Forse non credevamo? Oppure qualche malefico raffreddore ci aveva contagiati5? Nulla di tutto questo, temo.

Il nodo da affrontare è quello nel quale si va a definire il significato di ideologia. Innanzitutto è necessario spazzare via qualche stereotipo di teologia razionalista: l’ideologia, intanto, non nega la ragione. E’ lo spirito razionalista, semmai, che, ponendo la ragione come substrato di verità rilevata, a farsi ideologia. L’ideologia poi non necessita di uno scenario gerarchico/settarico isolato in un qualche più o meno riuscito vuoto pneumatico. A tal proposito non necessita di una comunità dominante che ne imponga la dottrina, e spesso neanche di una vera comunità che ridirezioni tutta la concettualizzazione intellettuale dei propri membri verso un pensiero unico, aggregando ciò che in principio era disaggregato.
L’ideologia, in sintesi, non necessita né delle spedizioni scientifiche di Hitler alla ricerca di chissà quale manufatto atto a comprovare la natura speciale degli ariani, né tanto meno di una figura carismatica quale quella di Stalin, capace di accentrare il potere ideologico e politico.

L’ideologia si configura sì come un complesso di pensieri relativamente eteronomi. Il terrore del totalitarismo ha però di fatto smantellato i costrutti che poggiavano su di una ideologia monocratica, ossia fondata sull’interazione tra ideologi (e/o leader) e ideologizzati. L’ideologia, al tempo della fine della storia, è ideologia disaggregata, polverizzata, potremmo dire. E’ tale in quanto la circolazione di idee (puramente eteronome) ha assicurato l’abbondanza di tale bene (e si sa, quando la quantità aumenta il prezzo tende a scendere). Tale abbondanza non ha mitigato, però, la metodologia di assimilazione e soprattutto di produzione intellettuale. Altri devono creare per noi, in altre parole fondare l’ideologia o, al limite, raccattare nella scorta qualche ideuccia malandata ma ancora passabile, tanto per tirare i fili di coloro che quell’idea se la sono lasciata impiantare nel cuore. Al tempo degli ideologizzati senza ideologie, in realtà, gli italiani se la passano più che bene, possono anche inventarsi i propri ideologi, perché sono in avanti col lavoro. Il Fascismo, e con esso l’ideologia italiana hanno fatto il proprio sporco lavoro, sul quale l’interpretazione di intellettuali come Croce, come Hanna Arendt, invece di carbonizzare hanno messo uno straordinario nulla osta. Il fascismo (come poi la resistenza, per dare fastidio anche sull’altra sponda) è stato ideologia se per ideologia si intende quell’irrefrenabile necessità di disgregare la propria identità per costruirne tanti scomparti dove, più o meno consensualmente, far scaricare le idee degli altri, perché vogliamo la pace nel cuore.

1 da leggere, a tal riguardo, il recente lavoro di Maurizio Massari, “Russia: democrazia europea o potenza globale”

2 resta valida l’opposizione per la quale le relazioni internazionali non sono totalmente determinate da uno staff diplomatico, pur preparato, ma (soprattutto per i rapporti tra stati limitrofi) anche e soprattutto dai rapporti tra privati, sia che si tratti di imprese che di lavoratori, che di semplici turisti. Alcune tradizioni sono dure a morire, anche tra i diplomatici, figurarsi nella società civile.

3 mi sembra doveroso sottolineare come un tale pensiero giunga dai fratelli Wachowski, sceneggiatori della trilogia di Matrix.

4 pie illusioni, sia chiaro, in realtà la cacciata di Mussolini poco ha avuto più di un rimpasto ministeriale. Il consenso è risultato comunque evidente o, almeno, sembra che tutti i fascisti siano spariti, per merito di un immacolato patriottismo giunto dal cielo.

5 questa la teoria sostenuta da Benedetto Croce, nell’ingenua convinzione che il fascismo fosse stato una mera “malattia sociale”.

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