La Libia e la morte dei dittatori nelle rivoluzioni arabe

La morte di un dittatore lascia sempre qualcosa di cui sorprendersi. A sorprenderci, però, solitamente giunge una bizzarra convinzione di aver “fatto libero un popolo (minore)”. L’idea che, con la morte di Muhammar Gheddafi, la Libia sia un paese “liberato” (e non libero, attenzione). Liberato perché l’intervento della NATO, legittimato da tante amorevoli intenzioni, alimentato da tanto prebiscitario consenso, non necessitava neanche più di una sciocchezza come l’autorizzazione dell’ONU, tardiva e insignificante dal punto di vista militare, politico e simbolico. E allora che esistesse un popolo libico non contava più nulla. Un grosso ed ingombrante noi (la NATO e il Movimento di Liberazione Nazionale) si stava gonfiando a strozzare la rivolta contro il sanguinario. Scriveva Massimo Zamarion su Giornalettismo:

Un anno fa furono le astensioni russa e cinese sulla risoluzione ONU, che decretò la no-fly zone sui cieli libici, a dare il segnale d’apertura della caccia a Gheddafi, un vecchio nemico dell’Occidente non più nemico, un vecchio foraggiatore del terrorismo internazionale convertitosi ad un affarismo proficuo per lui e per il suo spopolato e potenzialmente ricco paese, uno spelacchiato Lady Gaga della politica araba a capo di un regime dittatoriale che la rinnovata influenza occidentale stava già addolcendo. Fummo in pochi ad avvertire che l’allegrissima – fino all’irrisione – interpretazione della no-fly zone avrebbe avuto conseguenze pesanti nei rapporti tra Occidente e le nuove potenze continentali emergenti. E’ singolare che proprio nel momento in cui la vitalità barbarica dei Brics viene contrapposta, con una punta di ammirazione, alla stanchezza senile di Europa ed USA, si sia scelto di andare ad una prova di forza con i primi nella convinzione di ottenerne un riallineamento a cose fatte, dopo la caduta di Gheddafi. Ed è imperdonabile che lo si sia fatto senza una ragione seria, ma per togliere di mezzo uno che all’Occidente si era arreso da lustri, per soddisfare a buon mercato la vanità di qualche capo di stato o di governo in cerca di rilancio, per procurarsi dei profitti di guerra di stampo vagamente neo-coloniale e per compiacere insieme l’amor proprio dell’opinione pubblica democratica più salottiera e gli islamisti danarosi di Al Jazeera. Avvertimmo che questi nuovi protagonisti della scena mondiale dalla vicenda sarebbero usciti certamente ammaestrati, ma non nel senso scioccamente auspicato. Con questo inutile capriccio l’Occidente emise un “pagherò” in loro favore; e la cambiale è venuta oggi a scadenza.“[1]

La cambiale non è in effetti stata pagata. Ai libici, però, questo non dovrebbe dispiacere troppo: come in ogni rivoluzione, infatti, un pegno da far pagare si trova sempre. Quale sia il pegno pagato per l’ennesimo rigurgito della storia ai danni di paesi come la Libia lo lascia solo immaginare lo Human Rights Watch, in un report dall’indicativo titolo Death of a Dictator. Perché se sempra troppo complesso per il nostro delicato ego rivangare quanto accaduto tra gli anni ’40 e ’50 con la caccia alle streghe del collaborazionismo con un feroce (amatissimo) dittatore italiano, almeno con gli occhi ammantati di cinismo dell’osservatore neutrale potremmo fare uno sforzo e capire cosa significa porre fine ad un delirio, svegliarsi e cercare di definire quale metro di giudizio sia il più adatto per capire dove finisce il potere d’imperio della violenza e inizia una morbosa e torbida relazione con il potere.
Bisognerebbe innanzitutto iniziare osservando con attenzione le azioni del Movimento di Liberazione Nazionale libico. La linea d’ombra tra liberazione e distruzione è lieve, praticamente invisibile, la si sente quando ci viene stretta attorno alla gola. Tale linea è stata oltrepassata al momento di ammazzare Gheddafi come si fa con ogni dittatore: brutalmente e senza alcun processo.

Tutto ha inizio con la cattura a furor di popolo: “non appena i miliziani ebbero in custodia Gheddafi, iniziarono ad abusarne. Il sangue stava già sgorgando dalla ferita da granata sulla sua testa. Mentre era in corso il suo trasporto sulla strada principale, un miliziano conficcò nel suo ano qualcosa che sembrava essere una baionetta, causando un’altra ferita sanguinante.“[2]

Il rito orgiastico viene alimentato dalla rabbia confusa, il dittatore viene sbattuto di qua e di là, portato come un fantoccio a far vedere che ci si è liberati di lui: “quando catturammo Gheddafi, la situazione era un casino. C’erano molti combattenti attorno. Era vivo quando lo vidi, quindi gli devono aver sparato più tardi, non quando lo vidi lì. Ma fu una scena violenta, fu posto sulla parte anteriore di un pickup che provò a cacciarlo, ma cadde. Era tutto confuso. Le persone gli tiravano i capelli, lo colpivano. Capivamo che era necessario che ci fosse un processo, ma non potevamo controllare ogni persona, alcuni agivano oltre il nostro controllo“[3].

La morte è solo un singulto, sparisce dagli occhi del mondo, gli stessi operatori dell’Human Rights Watch sono cauti al riguardo. La morte del dittatore non deve essere vista, la violenza deve solo riecheggiare come un monito e un mito della rivoluzione. Si tagliano le teste ma non si mostra che il corpo, non l’atto. Mentre tutti, inorriditi e contriti distolgono lo sguardo, il gesto omicida è già avvenuto, si tira un sospiro di sollievo per la fine di ogni spiacevolezza e si continua ad esporre uno stolto sorriso. Il corpo è portato dal popolo festante, ma sappiamo bene (ce lo insegna Karzai[4]), un popolo eletto solitamente ha bisogno di un nuovo amico e protettore che lo guidi sulla retta via.
Di fronte a ciò, ben poco c’è da sperare dai liberatori in punta di baionetta (qualcuno tipo Mohamed Morsi in Egitto). L’unica certezza è quella di una improvvisa damnatio memoriae, come poi sembra essere una costante delle guerre umanitarie (ricorderete Osama Bin Laden, gettato in mare, secondo la mia modesta opinione al fine di evitare di conoscerne il metodo d’uccisione). La Damnatio memoriae significa negazione anche della morte, in quanto atta non solo a negare un’esistenza futura, ma anche un’esistenza passata, una memoria del proprio essere stati. In virtù di ciò, “i corpi di Muhammar Gheddafi, Mutassin Gheddafi, e Abu Bakr Yunis furono in fine sepolti in una posizione nel deserto, segreta e non segnata, al fine di prevenire che il luogo di sepoltura divenisse un luogo di raduno per i suoi precedenti lealisti“[5].

Human Rights Watch, tramite la testimonianza di Khalid Ahmed Raid, ci porta nella prima linea di una zona d’ombra come quella della transizione tra un potere (autoritario) costituito ad uno costituente. Al di là, infatti della figura di Gheddafi, si esplicitano dinamiche di potere e violenza, tali da rimanere, nonostante i dittatori restino, palesati o meno dalla propria voglia di attirare attentati dall’interno e investitori dall’estero. Tale zona grigia non ammette deviazioni, né ripensamenti. Nessun dubbio vi è tollerato, perché in quell’attimo, per quell’attimo soltanto, tutto è lecito, al di fuori del dubbio, che in fondo è lealismo, in fondo è pensiero.
Tali dinamiche non muoiono col dittatore, tali geometrie del massacro indiscriminato, della morte per pacifismo. Rimangono, e danno i propri frutti, che solitamente sono frutti di chi è rapido a capire contro chi deve alzare la spranga per picchiare a morte.
Non possiamo starcene lì, stupidamente a seguire l'”orrore visivo” che ci nutre di una dose quotidiana di piccola pietà, il tempo di un servizio di Studio Aperto. Dobbiamo capire cosa ci urla dentro. Non dobbiamo restare a guardare.

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1 Massimo Zamarion, su Giornalettismo, La crisi siriana e la cambiale libica
2 “As soon as the militia fighters had custody of Gaddafi, they began abusing him. Blood was already gushing from the shrapnel wound in his head. As he was being led onto the main road, a militiaman stabbed him in his anus with what appears to have been a bayonet, causing another rapidly bleeding wound” Khalid Ahmed Raid, comandante della Brigata di Misurata della milizia della costa est, intervistato da Human Rights Watch, in Death of a Dictator, p. 28,Peter Bouckaert.
3 “When we captured Gaddafi, the situation was a mess. There were very many fighters around. He was alive when I saw him, so he must have been shot later, not when we saw him here. But it was a violent scene, he was put on the front of a pickup truck that tried to drive him away, and he fell off. It was very confusing. People were pulling on his hair and hitting him.” id. id. p. 28-29
4 La follia di Karzai cancella la storia dell’Afghanistan dai libri scolastici, su Agoravox
5 “The bodies of Muammar Gaddafi, Mutassim Gaddafi, and Abu Bakr Younis were ultimately buried in a secret, unmarked desert location, to prevent their burial place from becoming a rallying point for his former loyalists.inDeath of a Dictator”, p. 29

 

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